di Willer Montefusco
Perché insegnare la lingua italiana agli stranieri? Si potrebbe rovesciare la domanda dal punto di vista del migrante: perché imparare l’italiano? Al migrante non si chiede di imparare l’italiano, si richiede di imparare l’italiano: non è una cortese domanda ma un obbligo in rapporto a una relazione di potere, come è sempre in ogni enunciato linguistico, Le due domande non sono perciò equivalenti, è chiaro. Insegnare la lingua italiana serve ai migranti “per l’integrazione”, è la risposta più comune, ma anche la più politicamente marcata, perché implica una totalità di cui si è tenuti a esser parte in un rapporto squilibrato. L’esempio classico è l’uso del “tu” – ancora diffuso e comune nei confronti dei migranti, specialmente se di colore – al primo contatto invece del “lei”, la forma che si usa con chi non si conosce. Chi parla, consapevolmente o inconsapevolmente, utilizza una forma di falsa familiarità, e si colloca già per questo in una posizione di superiorità reale, perché chi parla non ha gli obblighi che invece il migrante che ascolta e risponde deve rispettare.
Perciò, non si tratta di insegnare la lingua solo per l’“accoglienza”, praticata dai buoni cattolici come “amore per il prossimo”. Perché dovrei amare chi neanche conosco? E neanche l’appello al valore “antico” dell’ospitalità; l’ospite, come dice il detto popolare, è gradito se non si trattiene troppo. Meglio la cortesia di Brecht, come compare nelle ultime parole della sua ultima poesia, in cui elenca le cose che nella vita hanno e danno valore:
“…
docce, nuotare
vecchia musica
scarpe comode
comprendere
nuova musica
scrivere, piantare
viaggiare, cantare
esser cortesi.”
La cortesia di Brecht – notava Walter Benjamin – “non elimina, bensì rende vivente la distanza tra gli uomini”. La stessa distanza che c’è tra il “lei e il “tu”. Ma questa distanza non vuol dire un atteggiamento puramente formale o di rifiuto. Vuol dire il fondamentale rispetto che si deve a chi arriva.
Insegnare l’italiano è una forma di intervento politico, è un’azione politica, perché la lingua non è sottratta ai rapporti di potere, ma rivela e costruisce rapporti di potere.
La grammatica non dice come si parla ma come si deve parlare, perché le sue regole sono sempre anche regole di vita e di comportamento a cui adeguarsi. La concezione della lingua come pratica politica di difesa tocca inevitabilmente anche la forma e i contenuti dell’insegnamento. Esistono almeno una dozzina di metodi diversi per insegnare una lingua straniera. Si privilegerà allora quelli funzionali-situazionali, che più si adattano alle esigenze della condizione di migrante; e per i contenuti ci si riferirà alla lingua della pratica giuridico-amministrativa, posto che il primo rapporto dei migranti è quello con gli organi polizieschi. In queste condizioni la comprensione della lingua è fondamentale per la propria tutela e autonomia. Non si tratta di trasformare il migrante in avvocato di se stesso, cosa ovviamente impossibile, ma di fornirgli alcuni elementi fondamentali di comprensione della situazione immediata in cui si trova collocato.
Diventa utile allora insegnare e imparare a parlare italiano secondo le circostanze, ed eventualmente anche a mentire: Umberto Eco, che di linguaggio se ne intendeva, diceva che “se qualcosa non può essere usato per mentire, allora non può neppure essere usato per dire la verità: di fatto non può essere usato per dire nulla”. La verità come scelta, quando i dialoghi diventano interrogatori. Tutto il resto viene dopo.
L’insegnamento della lingua è anche sperimentazione e verifica della possibilità di rapporti diversi perché alle lezioni arrivano persone di ogni paese e fare in modo che si parlino, è spesso la cosa che crea più difficoltà ma assai importante. Il semplice contatto linguistico e la prossimità fisica si combinano e modificano anche i comportamenti: donne non abituate a parlare con uomini parlano e sorridono agli altri, ognuno mostra curiosità verso l’altro, storie ed esperienze diverse entrano in contatto, e con esso, il confronto tra idee e speranze.
Questi contatti valgono molto di più di tanti discorsi sull’“integrazione”, il cui presupposto evidente o velato è che il migrante deve adeguarsi alla nuova realtà, scomparire come soggetto. Il che non vuol dire che la realtà che trasmettono, come la nostra, sia priva di contraddizioni e che debba essere intoccabile, come pretende la forma di “multiculturalismo” basata sulla “tolleranza”, in cui le culture vanno concepite come sistemi chiusi a cui si appartiene o non si appartiene, e vanno rispettate nella loro integrità, compresi quegli aspetti poco condivisibili. Anche in questo senso l’insegnamento diventa attività politica in senso lato, tende a facilitare il contatto non fra “culture” ma fra soggetti, che poi decideranno per conto loro quello che diventeranno.
Infine chi insegna impara a entrare in contatto con realtà diversissime tra loro, senza voler imporre visioni unilaterali; scopre e pratica una vera e propria attività di traduzione, e apprende non solo la relatività del proprio mondo e della propria lingua, ma anche tutta l’ambiguità e la necessità del tradurre, la sua inevitabile imprecisione e la sua apertura a nuovi significati. La impossibilità dell’equivalenza perfetta tra le lingue riflette e sottolinea la differenza tra mondi e visioni spesso assai distanti, che per questo costringono a mettere in discussione la propria.
Posto che insegnare, che se ne abbia coscienza o no, è comunque orientato politicamente, e la lingua non è un terreno neutrale, è essenziale puntare il più possibile alla emersione della soggettività dei migranti e della propria. Che poi è il modo per passare dal “lei” al “tu”. Se lo si vuole.
FOTO Aida Bressi, Strada Statale 106 Jonica – 2022

