di Brunello Mantelli
La sera del 12 marzo 1920 la brigata di marina del capitano Hermann Ehrhardt si mosse dai suoi alloggiamenti verso il centro di Berlino; i suoi 5.000 uomini erano pesantemente armati. Davanti a loro sventolava una bandiera nero-bianco-rossa, come quella del Kaiserreich; sull’elmetto dei fanti spiccava la croce uncinata. Ehrhardt obbediva agli ordini del barone e generale Walther von Lüttwitz (nel gennaio 1919 comandante del Freikorps responsabile dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht), che era stato rimosso dal ministro delle forze armate, Gustav Noske, dalla carica di comandante supremo del 1° gruppo d’armate della Reichswehr.
In una drammatica riunione notturna il ministro socialdemocratico chiese ai vertici militari di mobilitare le unità della Reichwehr di stanza a Berlino e di scagliarle contro la brigata ribelle. Quasi tutti gli alti ufficiali presenti si rifiutarono. Alle 3 del mattino si riunirono sotto la presidenza di Ebert tutti i ministri del Reich e del Land Prussia raggiungibili; di fronte all’atteggiamento degli alti gradi militari si decise di rinunciare all’impiego della forza e di trasferire il governo a Dresda, per organizzare una controffensiva. Appena dieci minuti prima dell’arrivo della brigata Ehrhardt, il presidente, il cancelliere e i ministri partirono per la Sassonia. I fanti di marina occuparono i palazzi ministeriali, dove si installò un nuovo governo presieduto dal funzionario prussiano Wolfgang Kapp, mentre von Lüttwitz prese possesso del ministero della Reichwehr. Nemmeno a Dresda Ebert, Bauer, Noske e compagni trovarono militari disponibili a difendere la repubblica. Ebert e i suoi decisero allora di rifugiarsi a Stoccarda. Ma, già nelle prime ore del 13 marzo, veniva diffuso un appello firmato dal presidente della SPD maggioritaria (MSPD) Otto Wels che autonomamente invitava i lavoratori allo sciopero generale, a favore del quale si schierò subito la direzione del sindacato socialdemocratico ADGB. Il suo presidente, Carl Legien, era tutt’altro che un rivoluzionario, ma era consapevole che solo una risposta unitaria del movimento operaio ai golpisti avrebbe salvaguardato e la repubblica e il movimento stesso, già lacerato sul piano politico. Solo l’ADGB poteva porsi come rappresentante di tutti i lavoratori.
La fuga di Ebert e del governo rese paradossalmente più facile il compito a Legien, che si sentì l’unica autorità a Berlino a cui spettasse la difesa dell’eredità della rivoluzione di Novembre 1918. Proprio la sfiducia ed il malcontento diffusi tra gli operai nei confronti del governo contribuivano a rafforzare l’immagine dell’ADGB come rappresentativa del proletariato. Si costituirono due centrali organizzative, una (Reichszentrale) a cui faceva capo l’ADGB, il sindacato degli impiegati e la direzione della MSPD, l’altra (Zentralstreikleitung von Groß-Berlin) costituita dalla Socialdemocrazia indipendente (USPD), dal consiglio centrale (soviet) degli operai e dei soldati, dai sindacati berlinesi. Ad essa si sarebbe poi collegata anche la KPD, il cui atteggiamento dopo l’annuncio del putsch era stato ambiguo: la direzione del partito, in assenza del presidente, Paul Levi, era contro lo sciopero generale, ritenendo la repubblica democratica solo una maschera della dittatura borghese, ma i suoi militanti in Sassonia, in Turingia e nella Ruhr erano già in piazza.
Lo sciopero paralizzò gran parte della Germania. I golpisti, convinti di aver vinto, si trovarono spiazzati, e al vertice della Reichswehr crebbe il timore della guerra civile. Il fallimento del colpo di Stato non interruppe però lo sciopero, che aveva ormai coinvolto dodici milioni di operai; là dove le autorità locali e le guarnigioni della Reichwehr si erano schierate con Kapp e Lüttwitz la lotta assunse spesso carattere insurrezionale, con la formazione di milizie operaie che si scontrarono con l’esercito regolare. Particolarmente violento fu il confronto nelle zone industrializzate della Renania e della Ruhr, dove si affrontarono – armi in pugno – operai organizzati nella cosiddetta “Armata Rossa della Ruhr”, Freikorps e reparti militari, alcuni fedeli alla repubblica, altri favorevoli ai golpisti. L’ADGB chiese, per chiudere lo sciopero, le dimissioni di Noske dal ministero delle Forze armate, il proprio coinvolgimento nelle scelte politiche del governo, la radicale democratizzazione dell’amministrazione pubblica e dell’apparato produttivo, la socializzazione del settore minerario, l’esproprio dei proprietari fondiari ostili alla repubblica, lo scioglimento dei Freikorps e l’assunzione da parte dei lavoratori organizzati del controllo sull’ordine pubblico.
Un’intesa venne finalmente trovata il 20 marzo, alla presenza di Otto Braun, delegato di Ebert; parti significative del programma sindacale furono accettate. Noske uscì definitivamente di scena, e almeno in Prussia, Land che comprendeva due terzi del territorio e più di metà della popolazione della Repubblica, l’epurazione/democratizzazione nell’esercito e nella pubblica amministrazione fu reale, cosa che spiega perché la Prussia sia rimasta un bastione della democrazia fino al 1932. Restava aperta la situazione nella Ruhr, dove, dopo essere riuscite ad espellere i Freikorps dalla zona, le milizie operaie (composte da anarcosindacalisti, comunisti, socialisti “indipendenti” e “maggioritari”) si divisero sul giudizio circa gli accordi di Bielefeld del 24 marzo tra i governi del Reich e della Prussia da un lato, e le milizie operaie, che accoglievano buona parte delle loro rivendicazioni sociali e politiche, in particolare circa la socializzazione delle miniere. Approfittando dell’opposizione che la componente più radicale faceva al compromesso, il comandante della Reichwehr nella Ruhr scagliò le sue truppe, all’inizio di aprile, contro gli operai in armi. L’ “Armata Rossa” fu sconfitta e disarmata; parecchie centinaia dei suoi membri (senza distinzione di appartenenza politica) fucilati.
FOTO: Albano Rossano Sanavio, Futebol, Bari, 2013

