La comunità dispersa della città industriale e la musica dei Joy Division

La comunità dispersa della città industriale e la musica dei Joy Division

Hook e Sumner provenivano entrambi da Salford, sobborgo operaio che, dal 1842 al 1844, era stato la base del soggiorno di Engels a Manchester e osservatorio privilegiato della descrizione della città industriale con tutti i suoi orrori capitalistici immortalata ne ‘La condizione della classe operaia in Inghilterra’. Oltre un secolo dopo Salford era ancora industriale,…

di Leonardo Lippolis

Il 4 giugno 1976 i Sex Pistols tengono uno dei loro primi concerti fuori Londra, in una piccola sala nel centro di Manchester. Peter Hook e Bernard Sumner, due amici ventenni, sono tra le poche decine di persone presenti. Nel pieno della crisi economica e sociale che attanagliava l’Inghilterra, il no future urlato da Johnny Rotten, per i giovani di Manchester, prendeva forma nella desolazione del paesaggio di una città che, al ritmo vorticoso delle fabbriche che chiudevano, da culla del capitalismo industriale ne stava diventando la tomba. “Il punk era qualcosa che ci diede voce per la prima volta”, ricorda Sumner. Il giorno dopo il concerto, Hook, un “coglione della working class” (come si autodefiniva) che non aveva mai preso uno strumento in mano, si comprò un basso e un libro per imparare a usarlo. Nel giro di pochi mesi, arruolati Ian Curtis e Stephen Morris, nascevano i Joy Division, un gruppo che fece in tempo a realizzare soltanto due album prima che il suicidio di Curtis, il 18 maggio 1980, ne decretasse la fine.
Hook e Sumner provenivano entrambi da Salford, sobborgo operaio che, dal 1842 al 1844, era stato la base del soggiorno di Engels a Manchester e osservatorio privilegiato della descrizione della città industriale con tutti i suoi orrori capitalistici immortalata ne La condizione della classe operaia in Inghilterra. Oltre un secolo dopo Salford era ancora industriale, povera, inquinata, eppure era vissuta da una comunità operaia coesa. Quel fitto e buio reticolo ortogonale di strade strette e dritte, su cui si affacciavano le schiere infinite di case back to back a due piani, era animato da una vivace vita di strada e dai legami di solidarietà tipici della working class.
Hook era cresciuto a Ordsall, una delle parti più vecchie di Salford. Negli anni Sessanta il Comune di Manchester, in linea con quanto avveniva nel resto del paese, aveva avviato un enorme programma di demolizione dei vecchi quartieri operai della città. Per il piccolo Hook e i suoi amici, esplorare le case in attesa di demolizione e rubacchiare nelle fabbriche e nei magazzini della zona erano gli unici giochi possibili. Quando, nel 1973 arrivò il turno di demolizione della casa degli Hook, venne loro offerto un appartamento nella nuova Ellor Street Estate, un grande complesso di cemento composto di una serie di condomini e un centro commerciale multilivello con un enorme parcheggio; una visione britannica della città radiosa e della visione fredda del mondo di Le Corbusier. Molti accettarono, la famiglia Hook no. Come ricorda Peter: “Tutti i miei amici si trasferirono a Ellor Street, che era tutta una serie di condomini anni Settanta e una nuova zona commerciale, tutto costruito in cemento. Era fottutamente marcio, orribile, come una landa desolata di cemento”. La madre rifiutò ostinatamente il trasferimento finché non le venne offerta una casa in una zona più residenziale e verde e, nel frattempo gli Hook rimasero a vivere in una delle ultime due case che resistevano a Ordsall, in un paesaggio distopico e surreale, dove “per andare da qualsiasi parte”, ricorda Hook, “dovevamo camminare attraverso una landa desolata che una volta era piena di speranze”.
Bernard Sumner crebbe lì vicino, in una strada che si affacciava su un’industria chimica, ma, a differenza della madre di Hook, la sua accettò il trasferimento in uno di quei condomini. Per il piccolo Bernard, quella modernità fu da principio “un miscuglio di entusiasmo e futuro” che sembrava trasformare la fatiscente Manchester industriale in una luccicante New York e che si dissolse rapidamente mano a mano che egli cresceva:

Mi sbagliavo”, ricorda Sumner nella sua autobiografia, “Era un posto orribile dove vivere, prima di tutto perché non c’era più quello spirito comunitario che avevamo dall’altra parte del fiume. Là tutti conoscevano tutti, nelle belle giornate estive ci sedevamo all’aperto e si chiacchierava. Avevamo perso quel piacere. Ormai era come vivere in una prigione. Certo, con tutti i comfort, ma praticamente in isolamento”.

Sumner ricorda come un’esperienza letteralmente straziante l’andare spesso in quartiere a trovare i nonni malati in una delle tre vecchie case ancora non demolite e rinfaccia ai politici e agli urbanisti il cinismo con cui avevano trattato gli abitanti del quartiere, indifferenti al fatto che volessero andarsene o meno, “sbarrando le case non appena rimanevano vuote, trasformandole gradualmente in strade fantasma, lasciando che la desolazione e l’abbandono si insinuassero casa dopo casa. La comunità era stata dispersa, era stata fatta a pezzi senza consultazione, niente: nessuno aveva voce in capitolo, nessuno aveva scelta”. Per Sumner le canzoni composte dai Joy Division tra il 1978 e il 1980 racchiudono il senso doloroso di quella perdita pianificata a tavolino. “Quando le persone parlano dell’oscurità della musica dei Joy Division, io ricordo che all’età di ventidue anni avevo già perso un sacco di cose nella mia vita. Il posto in cui vivevo, dove avevo i miei ricordi più felici; tutto questo se ne era andato. Tutto quello che era rimasto era un’industria chimica. Mi resi conto che non avrei mai più potuto tornare a quella felicità. Ti resta solo questo vuoto che non saprai mai più riempire. Per me i Joy Division parlavano della morte della mia comunità e della mia infanzia. Era una cosa assolutamente irreparabile”.
Nel 2013 il Comune di Salford decise l’abbattimento di un condominio di quattordici piani del complesso di Ellor Street e invitò Hook a celebrare l’evento. Sul «Manchester Evening News» dell’1 ottobre di quell’anno campeggia una sua foto con il piccone in mano pronto a dare il primo colpo simbolico al palazzo da abbattere. Alle spalle, vergata sul muro, la citazione del suo commento a quelle colate di cemento che avevano cancellato la memoria di una città vecchia, buia, ma intensamente viva: “era fottutamente marcio, orribile, come una terra desolata di cemento”.