di Giulia Caruso
«L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione».
«Ci costringono a rivendicare l’esistenza di un fatto naturale».
«Sputiamo su Hegel».
Tre estratti del Manifesto di Rivolta Femminile, tre enunciati concentrici il cui punto d’intersezione sta in Carla Lonzi. Nata a Firenze nel 1931, laureata in filosofia, Lonzi è alla ricerca incessante di sé stessa: nella scrittura solitaria di poesie; nel gesto di autentica realizzazione che l’arte contemporanea rappresenta; infine nella scoperta delle pratiche e dei discorsi femministi di metà Novecento.
Il femminismo è una “festa” perché in esso può finalmente riconoscersi come soggetto, un soggetto che è singolare in quanto necessita di partire da sé per indentificarsi nell’Altra ma che solo collettivamente può costruirsi. Nell’autocoscienza, il cui senso profondo risiede nel dialogo con le altre donne, la condizione di subordinazione del genere femminile appare finalmente per ciò che è: non anomalia biografica, drammatica eccezione, ma condizione universale, norma del dominio di un sesso sull’altro. È a partire da questa consapevolezza che Carla Lonzi usa la parola come strumento di cambiamento pubblicando nel luglio del 1970 il Manifesto di Rivolta Femminile, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti: Rivolta inizia con la parola scritta poiché è la stesura dei suoi punti programmatici a rappresentarne l’atto costitutivo, ciò che dà vita al gruppo e alle sue pratiche. Si tratta di un moto spontaneo, di una reazione alla circolazione dei saperi femministi nel mondo: il “parlare tra donne” si riempie di significati nuovi, riconoscendo ora a quel parlare la legittimità di un discorso e l’autorevolezza della conoscenza.
L’esperienza della realtà femminile e più in generale del rapporto tra le donne e il mondo circostante permettono a Lonzi di avviare una riflessione critica sul ruolo delle donne nella società, mettendo radicalmente in discussione i paradigmi tradizionali e le narrazioni dominati. La supposta inferiorità intellettuale del genere femminile come la naturale inclinazione alla dipendenza dal suo opposto; l’essere moglie fedele e madre devota; inetta alla politica ma dedita all’amore romantico; insensibile al desiderio perché casta e pura o altrimenti peccatrice ma in ogni caso mancante, rappresentano solo alcune delle parti di cui consta la secolare narrazione di cui l’uomo ha reso protagonista la donna. L’uomo, ovvero un soggetto di sesso maschile che avendo definito sé stesso come l’Uno – universale, misura di tutte le cose, ha usato il potere politico per categorizzare la realtà, per costruire una società a sua immagine e somiglianza, dalla polis alle moderne democrazie. Al punto che lo stesso linguaggio si dimostra inadeguato per una narrazione autentica dei soggetti femminili: ecco allora l’esigenza di usare le parole come strumento, e di usarle bene provando cioè a stabilire nuovi rapporti tra significati e significanti. La rivolta di Carla Lonzi parte da qui. Per decostruire un’invenzione, ossia la rappresentazione di un femminile pensato per assecondare un desiderio maschile, bisogna raccontarsi e non lasciarsi raccontare.
Rivolta è dunque scrittura, è autocoscienza, è impolitica (che niente ha a che fare con l’antipolitica), è differenza. Quel fatto naturale “di cui ci costringono a rivendicare l’esistenza” tra i punti citati del Manifesto sta tutto lì, nelle differenze che contraddistinguono la femmina dal maschio e poi le donne dagli uomini e le donne dalle altre donne. Una differenza che sente l’esigenza di ribadire forte e radicale per sfuggire al tranello dell’uguaglianza, un concetto che diventa una trappola e che mira alla costruzione di soggettività per assimilazione all’unico modello possibile, ossia quello maschile, un’illusione nella quale l’egemone continua a condizionare il non egemone. Rivendicare uguali diritti è il presupposto necessario per ogni democrazia che ambisca a definirsi come tale ma l’uguaglianza poco ragionata, quella che si vorrebbe concedere alle donne per farle tacere, implica la loro partecipazione alla gestione del potere nella società riconoscendogli, in sostanza, capacità uguali a quelle dell’uomo e niente più. Mentre ciò che le donne desiderano e ciò che Carla Lonzi agisce è una messa in discussione del concetto stesso di potere. Perché le soggettività femminili in costruzione dovrebbero ambire, volere, desiderare di essere inserite in un mondo progettato da altri?
La liberazione, l’emancipazione, l’autodeterminazione del genere femminile, come di ogni altra soggettività non può realizzarsi senza una messa in discussione radicale delle categorie politiche, sociali, ideologiche, linguistiche, nelle quali siamo immerse e che danno un senso al circostante, cristallizzando gerarchie di potere, privilegi e diseguaglianze.
Sputare su Hegel insieme a Carla Lonzi significa rifiutare, materialmente e simbolicamente, una cultura dalla secolare misoginia che ha teorizzato l’inferiorità del femminile sul piano teologico, morale, filosofico e politico: “La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica”.
Sputiamo sul Hegel perché ci rivoltiamo autenticamente contro ogni forma di oppressione.
NOTA = L’archivio di Carla Lonzi ha una nuova sede: la Fondazione Lelio e Lisli Basso, il centro di ricerca, documentazione, formazione e promozione culturale fondato nel 1973 da Lelio Basso. Il fondo Lonzi – circa 5 metri lineari di carteggi, materiale iconografico, fotografie, diapositive, audiocassette, video, dattiloscritti e appunti manoscritti prodotti e conservati dalla stessa Lonzi – è stato inventariato e digitalizzato dalla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, che lo aveva acquisito in affido temporaneo nel 2017. Questa estate, per decisione della nuova direzione della GNAM, è stato restituito al legittimo proprietario, il figlio Battista Lena, che ha poi firmato il contratto di comodato con la Fondazione Basso.
FOTO: Albano Rossano Sanavio, lago Atitlán, Guatemala, 1991

