di Francesca Veltri
Entriamo in una parte di Serbia musulmana, di cui ignoravamo pressoché l’esistenza: solo minareti un po’ ovunque, donne velate, la solidarietà a Gaza sui muri (e ti viene da chiederti dov’era la solidarietà per i musulmani del Kossovo o della Bosnia, ma è passata tanta acqua sotto i ponti e comunque quelli erano nemici?), una miseria a tratti più a tratti meno evidente nei muri di mattoni senza intonaco, case iniziate e mai finite, centri urbani minuscoli, in uno dei quali ceniamo: l’unica lingua straniera che il gestore parla è il francese, perché ha lavorato in Belgio e in Lussemburgo ed è stato anche a Udine come aiuto cuoco. È felice di poter usarlo di nuovo, perché turisti non ne passano tanti da quelle parti. Mangiamo panini enormi con carne e prendiamo bibite, poi paghiamo in tutto 20 euro, cifra che lui ci chiede quasi imbarazzato perché gli sembra tanto.
Sibiu, che una volta si chiamava Hermannstadt. Quando, nel ‘500, la Transilvania meridionale era una grande colonia sassone. Gli edifici conservano l’impronta di allora, c’è un gimnasium che forma studenti in entrambe le lingue, il romeno e il tedesco, nella fortezza di Calcic le scritte portano Heimat e Patria nello stesso striscione. La chiesa luterana di Sibiu domina la piazza ricordando che tutta la regione era stata trasformata in un’isola protestante in mezzo all’impero ottomano, secoli fa. Le città fortificate durano da allora, e oggi a Sibiu si ergono chiese di tutte le confessioni cristiane e qualche sinagoga: mezzo secolo di ateismo di stato non è servito a togliere il desiderio di un Dio da pregare in forme e parole diverse. Sibiu è una città architettonicamente bella, con una splendida piazza dove Daria vola sulla sua bicicletta; una città di contrasti violenti, tra strade eleganti dove ristoranti e perfino chioschi di gelato hanno prezzi cari pure per noi occidentali, e un mercato coperto, vicino a dove abitiamo noi, dove sui banchi si vendono poche bottiglie di latte, un po’ di frutta, piccoli oggetti di un mondo contadino che preme alle porte della città, dei suoi locali, delle sue luci.
Brasov, un’altra grande città di origine sassone. Il nome originale era Kronstadt. La sua cattedrale in pietre scure è nota come la Biserica negra, la chiesa nera. Un tempo dedicata a Santa Maria, i luterani la trasformano per il culto protestante di confessione augustana, che ancora oggi si tiene in tedesco. A fine ‘600, in un incendio durante l’assedio degli Asburgo, nella cattedrale sono morte migliaia di persone che vi avevano trovato rifugio. Brasov, ora romena, ha una chiesa nera e una sinagoga bianca, dall’interno candido quasi abbagliante. La prima delle sinagoghe costruite in terra sassone, a metà Ottocento. Fuori, nel piccolo cortile, l’unica memoria dell’incubo che è passato sulle sue pietre: un monumento con i nomi di oltre 280 persone deportate ad Auschwitz tra le 150mila dall’intera Transilvania, e il 10% della popolazione romena nel suo complesso. Brasov è anche la città dove si scatenò la prima grande rivolta contro Ceausescu, nel 1987, due anni prima che cambiasse il paese e il mondo tutto. Ma sul suo passato la città è sobria, quasi reticente. A testimonianza, solo i nomi delle strade; una di queste è dedicata alla rivolta, ma lo devi già sapere o si tratta solo di una data che a uno straniero non dice nulla. Un anno dopo essere diventato segretario del partito comunista romeno, nel 1965, Ceausescu inizia la desovietizzazione del paese e la centralizzazione del potere nelle proprie mani: opere pubbliche imponenti in un paese dove la miseria domina nelle campagne e nelle città, l’imposizione del culto della personalità di cui oggi non resta più segno. Brasov, come le altre città dove passiamo, restaura le belle case sette/ottocentesche del centro storico, ne fa nuovamente brillare gli stucchi, rianima le proprie piazze con tenui colori pastello illuminati dalle luci intermittenti dei concerti che Daria passa le serate ad ascoltare: ovunque ristoranti, locali per bere e ridere, gite organizzate per i castelli dei dintorni. Brasov oggi è bella e radiosa, come se si fosse addormentata negli anni venti per risvegliarsi città europea oltre mezzo secolo dopo; vuole dimenticare la guerra, il regime fascista di Antonescu, quello comunista, così come si sforza di ignorare il nuovo conflitto che preme alle frontiere del paese. I morti chiusi nella cattedrale, quelli che affiorano incisi sulla pietra della sinagoga, quelli deportati in altre residenze forzate per aver partecipato alla rivolta, deceduti senza rivedere le sue strade, sono il passato. Per vivere, per sopravvivere, meglio concentrarsi sul presente.
Nella regione di Suceava arriviamo per vedere i monasteri ortodossi cinquecenteschi, dalle chiese interamente rivestite di affreschi. Entri e i colori e le immagini ti avvolgono, ti stringono, ti spingono a guardare verso la cupola più alta dove domina il volto del Cristo Pantokrator, il Cristo che tutto può. Le iconostasi brillano di ori e argenti, tappeti pregiati attenuano i passi, il senso del sacro alla maniera ortodossa, opposto e complementare alle spoglie pareti luterane che abbiamo lasciato. Fuori dalle chiese, nelle cinte fortificate dei monasteri, tutti femminili, altri colori: fiori, rose soprattutto, coltivati da suore in lunghe tuniche nere e sorrisi accoglienti. Odore di sego delle candele che accendiamo, del miele che viene venduto all’ingresso. Fuori, lunghe strade che si perdono in campi infiniti, e a tratti paesi di campagna e villaggi rom. Affiancati, ma ciascuno vive dalla sua parte. Tra le case della popolazione rom vediamo uomini a cavallo, carri che trasportano legna, donne dal viso scuro e i capelli coperti di veli colorati che vendono pentole di rame, e tanti bambini per i viottoli. Nei villaggi romeni, altre piccole case appena più benestanti, pelli più chiare. Negozi di alimentari dove l’odore di spezie dell’est nausea i ragazzi, non ci sono abituati. Vita che scorre, vite che scorrono. Lente, сome i carri trainati da cavalli in mezzo alle auto che gli sfrecciano intorno.
FOTO: Albano Rossano Sanavio, lago Atitlán, Guatemala, 1991

