Pietro Nenni, l’uomo del secolo scorso

Pietro Nenni, l’uomo del secolo scorso

Protagonista della Settimana rossa, l’esasperato patriottismo lo porta a schierarsi convintamente per l’intervento dell’Italia nella Grande guerra. Parte per il fronte. Torna cambiato. Nenni capisce di aver preso un abbaglio: quella guerra non è stata l’ultimo capitolo della battaglia risorgimentale, ma l’urto di imperialismi eguali e contrari

di Antonio Tedesco

Nella vita di Pietro Nenni, come sostiene lo storico Giuseppe Tamburrano, tutto è stato mutevole: «Ha fatto cento lavori; è passato dal giornalismo al sindacalismo; è stato dirigente politico e scrittore, tribuno e parlamentare, agitatore e uomo di Stato; in politica da repubblicano a socialista, da nazionalista ad internazionalista, da anticlericale ad alleato dei “democristi”, da filocomunista ad anticomunista».

La lunga vicenda politica di Pietro Nenni comincia agli inizi del ‘900. Ha un temperamento da rivoltoso, formatosi nella claustrazione dell’orfanotrofio, che ben si addentra nelle lotte politiche della “bollente” Romagna. È in prima linea, poco più che adolescente, nelle file dei repubblicani nell’accesa polemica antimonarchica, anticlericale e contro il governo Giolitti. Utilizza l’arma dei comizi con la sua precoce abilità oratoria, con quella voce tonante e la marcata inflessione romagnola che sembra quasi entrare in diretto contatto con la folla. Scrive pure parole di fuoco sui giornali locali, dimostrandosi subito una penna efficace, tanto che qualche anno dopo diventerà, secondo Spriano, «il più grande giornalista del secolo». Attacca duramente i socialisti pur, tuttavia, trovandosi in sintonia con Mussolini, all’epoca collaboratore e poi direttore de «l’Avanti!». Ad unirli la voglia di non rassegnarsi «all’“Italietta” giolittiana, conservatrice bigotta e laica». Con il futuro duce condivide anche il carcere e una sincera amicizia, destinata ad interrompersi nel Primo Dopoguerra. Protagonista della Settimana rossa e di un gran numero di scioperi e mobilitazioni, l’esasperato patriottismo lo porta a schierarsi convintamente per l’intervento dell’Italia nella Grande guerra. Parte per il fronte.

Torna cambiato. Nenni capisce di aver preso un abbaglio: quella guerra non è stata l’ultimo capitolo della battaglia risorgimentale e neppure una guerra rivoluzionaria, ma l’urto di imperialismi eguali e contrari. Una lezione di marxismo che contribuisce al suo travaglio interiore. Ma gli abbagli non sono finiti. Nella primavera del 1919 è tra i promotori del Fascio di Bologna, animato soprattutto da repubblicani. Tuttavia, questa volta comprende subito l’errore. Intuisce, prima di tanti, la direzione reazionaria che sta assumendo il nuovo movimento e dopo un mese scarica definitivamente Mussolini, che invano aveva tentato a più riprese di acquisirlo come caporedattore al «Popolo d’Italia». Poi, lancia l’idea di una costituente repubblicana ma è isolato. A Molinella conosce Fabbri e Massarenti. Ne rimane folgorato e si schiera convintamente dalla parte dei contadini negli scioperi dell’estate del 1919.

L’anno seguente si dimette definitivamente dal suo partito. Oramai lo percepiva provinciale e incapace di mettersi alla guida dei movimenti sociali. A chi lo ritiene troppo “mutevole”, risponde di non aver «mai avuto la cretina ambizione di non mutare pensiero. Nato troppo povero per essere avviato agli studi, ho formato la mia educazione spirituale sul grande libro della vita». Abbraccia il marxismo e il socialismo. Serrati, che ne intuisce il valore, lo assume a «l’Avanti!». In breve tempo scala i vertici del giornale e del partito e in tanti restano sorpresi dalla rapida carriera. Salva il Psi dalla fusione con i comunisti, voluta da Mosca, e cerca di portare avanti la battaglia per la riunificazione di tutti i socialisti soprattutto nella lotta contro il fascismo. È tra i più lucidi a comprendere la vera natura dittatoriale e reazionaria di Mussolini. Lo scrive sui giornali, pubblica libri di ampio respiro storico e politico. Ma è anche tra i principali fautori di un rinnovamento del socialismo italiano. Per questa ragione trova una memorabile intesa con Carlo Rosselli. L’idea di riunificare tutti i socialisti contraddistingue la sua azione politica anche durante l’esilio in Francia. Poi, la sua piattaforma politica diventa l’unità della classe operaia. Ammaliato dalle esperienze dei Fronti popolari in Francia e in Spagna, ritiene necessaria l’unità d’azione con i comunisti. Ma non tutto il partito lo segue su questa strada.

Nel Secondo Dopoguerra, sconfitto il fascismo, «dopo l’atmosfera eroica della Resistenza», le sue battaglie per la Costituente e per la Repubblica trionfano ma perde pezzi di partito e soprattutto il suo “pupillo” Saragat che in più di un’occasione lo aveva definito «il migliore di tutti noi». Il partito rischia di frantumarsi in un rivolo di scissioni ma non demorde. Non perde neanche la sua voglia di lottare come un leone e di «rinnovarsi per non perire». Rompe con i comunisti, apre al dialogo con i cattolici e si rende protagonista di un’importante stagione riformista con Aldo Moro: due uomini molto diversi ma uniti dal desiderio di modernizzare il Paese. Nenni, soprattutto, è mosso dall’esigenza di applicare i principi costituzionali: scuola e sanità pubblica, divario nord-sud, diritti dei lavoratori. La stagione delle riforme dei governi di centro sinistra, seppur caratterizzata dall’ostracismo delle spinte conservatrici del Paese, rappresenta un grande successo per Nenni e contribuisce a cambiare il volto del Paese. Le folle si accalcano nelle piazze per sentire i suoi comizi ma le urne sono magre per i socialisti.

Alla sua parabola politica forse manca lo scranno più alto. Ci è andato vicino due volte. Sarebbe stato «uno splendido» Presidente della Repubblica, secondo Oriana Fallaci. Restano di lui nella vita pubblica, le sue grandi battaglie ma soprattutto i suoi innumerevoli aforismi e i tanti neologismi introdotti nel linguaggio politico. Rimane, invece, nella memoria collettiva l’immagine di pasoliniana memoria, dell’intellettuale con «gli occhiali e il basco con la faccia casalinga e romagnola», storico leader del socialismo italiano. Per alcuni, considerata la sua lunga vicenda politica, che si protrae fino all’ingresso degli anni Ottanta, è stato “l’uomo del secolo”. Lui, invece, si definisce soltanto «un militante della classe operaia e del movimento socialista e come tale vuole essere giudicato». 

FOTO: Norman Polselli, Cammino di Santiago, Ottobre 2021