I piccoli maestri

I piccoli maestri

L’associazione Piccoli maestri ha come scopo la diffusione della lettura e come vocazione sostenere la scuola pubblica. L’idea di base è semplice ed essenziale: uno scrittore, una scrittrice, sceglie un libro, lo legge e lo racconta a scuola creando, se tutto va bene, curiosità e contagio. I Piccoli maestri non parlano di libri propri, ma…

di Carola Susani

L’associazione Piccoli maestri ha come scopo la diffusione della lettura e come vocazione sostenere la scuola pubblica. L’idea di base è semplice ed essenziale: uno scrittore, una scrittrice, sceglie un libro, lo legge e lo racconta a scuola creando, se tutto va bene, curiosità e contagio. I Piccoli maestri non parlano di libri propri, ma dei libri che amano

“Piccoli maestri”, dal titolo del libro di Luigi Meneghello, nasce nel 2011, da un’idea di Elena Stancanelli: “Su ispirazione del lavoro fatto da Dave Eggers in America (826 Valencia) e Nick Hornby a Londra (Il ministero delle storie)”, scriveva Elena, “ho immaginato qualcosa di simile in Italia. La mia idea sarebbe quella di fare una scuola di lettura pomeridiana, indirizzata ai ragazzi delle scuole medie superiori, tenuta dagli scrittori, che parteciperebbero a titolo gratuito, mettendo a disposizione un po’ di tempo e la loro passione per i libri”. Allora ci trovammo accanto la Provincia di Roma (il presidente Zingaretti e l’assessora alla cultura Cecilia d’Elia), in seguito il sostegno arrivò dalla Regione Lazio (il presidente era sempre Zingaretti, l’assessora alla cultura Lidia Ravera). Ci rendemmo presto conto che per le insegnanti, ma anche per gli studenti, era meglio che andassimo la mattina nelle ore di lezione. All’inizio pensavamo a una scuola di lettura per ragazzi delle superiori, ma c’è voluto poco e abbiamo finito per raccontare libri anche alle bambine e ai bambini della scuola primaria e ai ragazzi e alle ragazze della scuola secondaria di primo grado. Il 25 ottobre del 2012 i Piccoli maestri sono diventati un’associazione, che quest’anno compie 12 anni.

L’associazione ha come scopo la diffusione della lettura e come vocazione sostenere la scuola pubblica. L’idea di base è semplice ed essenziale: uno scrittore, una scrittrice, sceglie un libro, lo legge e lo racconta a scuola creando, se tutto va bene, curiosità e contagio. I Piccoli maestri non parlano di libri propri, ma dei libri che amano. Leggono e raccontano spesso i classici, ma a volte anche libri appena usciti. La maggior parte dei Piccoli maestri abita a Roma, ma ce ne sono a Torino, Milano, Taranto, Bari, Palermo e anche in altre città. Le insegnanti scelgono l’ospite da un elenco che incrocia l’autore con i libri che propone, una specie di jukebox letterario, sul sito dell’associazione.

Qualche anno fa mi sono domandata se ci fosse una pedagogia comune a monte dei Piccoli maestri, se ne fossero consapevoli oppure se li muovesse solo qualcosa di simile a un istinto. Ho interrogato per prime alcune insegnanti: qual era secondo loro la ragione per chiamarli in classe? Delia D’Onofrio e Alessia Barbagli, che insegnano alla scuola secondaria di primo grado, e Silvia Vitucci, che è una docente di scuola secondaria, sono storiche amiche dei Piccoli maestri. Tutte e tre, fra le ragioni che le spingono, indicano il fatto che i Piccoli maestri sono ospiti, che vengono da fuori dalla scuola rompendo l’autarchia del lavoro in classe, che si pongono del tutto al di fuori dalla logica valutativa e che hanno con la letteratura un rapporto creativo, sono artisti e spostano così implicitamente la prospettiva sul fare. Sono temi che riecheggiano quelli dell’antipedagogia. L’antipedagogia, dal titolo di un libro di Francesco De Bartolomeis, La ricerca come antipedagogia, pubblicato da Feltrinelli nel 1969, pensa che la ricerca sia il luogo dell’apprendimento, che la scuola debba essere in continua relazione con il mondo, che possa usare strumenti e materiali che vengono da ovunque dandosi spesso una forma laboratoriale. Le insegnanti sono i soggetti pedagogicamente attivi, sono loro che scelgono di portare in classe i Piccoli maestri e sanno perché lo fanno.

Ma i Piccoli maestri sanno quello che fanno?

Ho intervistato un po’ di Piccoli maestri, molto diversi fra loro, naturalmente Elena Stancanelli, che è responsabile dell’intuizione e della forma del progetto, poi Tommaso Giartosio, scrittore e conduttore radiofonico, recentemente in cinquina allo Strega, Emiliano Sbaraglia, scrittore e insegnante, Roberto Carvelli scrittore appassionato di camminate cittadine, Federica Tuzi, scrittrice soprattutto autobiografica, ma anche sceneggiatrice e insegnante di narrazione, Maria Grazia Calandrone, poeta. Ho voluto ascoltare anche Federico Cerminara, responsabile di tutta la gestione pratica dei Piccoli maestri. La pedagogia dei Piccoli maestri si rivela facilmente, quasi tutti citano Rodari, quasi tutti citano, in una forma o nell’altra, Un anno a Pietralata di Albino Bernardini (La Nuova Italia 1968), un libro di grandissimo impatto, in cui si raccontano i bambini della borgata romana e le tecniche d’insegnamento pensate insieme a loro, dal libro fu tratto Diario di un maestro, sceneggiato televisivo per la regia di Vittorio De Seta. Se una consapevolezza pedagogica piena emerge dalle parole di Emiliano Sbaraglia, che non a caso è un insegnante, l’approccio di Roberto Carvelli non è poi tanto diverso, ma anche le parole di Federica Tuzi o di Federico Cerminara o quelle di Tommaso Giartosio – che cerca la voce giusta per parlare con i ragazzi e le ragazze e la trova pensando al ragazzo che era – condividono un’aria di famiglia: si rompe la quarta parete, si lavora maieuticamente, si mette in scena una esperienza, si presta attenzione al mondo di coloro che ci si trova di fronte, per quello che passa attraverso la loro intelligenza.

Torna molto Calvino, torna, molto spesso, Pasolini. Ci sono anche delle sorprese: Federica Tuzi, ad esempio, approda a una consapevolezza pedagogica per strade libere, insieme a Calvino, Rodari, Albino Bernardini, nomina Jodorowskye Krishnamurti; l’esito poi è quello: dare la parola, suscitare partecipazione, creare uno spazio comune ampio. Due esigenze vengono fuori con chiarezza, come due polarità, da un lato quella di rompere la barriera fra cattedra e banchi, di dare la parola a chi sta seduto di là, dall’altra quella di portare in classe un’esperienza d’arte, stridente, irrazionale, rivoltante, “vibrata”. In quest’ultima direzione, Elena Stancanelli e Maria Grazia Calandrone sono le voci più “antipedagogiche”: pensano all’intervento da Piccoli maestri come qualcosa di esplosivo, di altro. Per Elena Stancanelli, portare l’esperienza dell’arte significa piombare in classe portando un’azione che trascina, stride, è fuori tempo e luogo, e perciò infastidisce, incanta e seduce. Per Maria Grazia Calandrone significa coinvolgere i bambini nella pratica della poesia.

Sembra che nei Piccoli maestri, negli scrittori e nelle scrittrici che ne fanno parte, la riflessione pedagogica ci sia, qui in forma più meditata e consapevole, qui come intuizione che cerca le sue fonti e le trova a suo modo (di fronte agli stessi problemi, riscopro gli stessi mezzi) ed è innovativa e vitale, qui infine come consapevolezza che la scuola non si basta, che ha bisogno dell’irruzione dell’arte.